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Cat & Lara-B

Caterina Sinibaldi stava dormendo con la testa sul comodino, gli occhiali erano caduti a terra e Giletti continuava a parlare da solo in tv delle sette sataniche sui monti Simbruini. La gente continuava a sfogarsi col sesso e si portavano le ragazzette in montagna, poi le squinternavano a colpi di candele e falce e martello. Invece ci voleva un po’ di pulizia. Zone da bonificare. Lavoro, sudore, rigidità, fatica.
Comunque la poveretta dormiva beatamente e stava sognando suo marito da giovane, quando il telefono iniziò a squillare un motivetto jazz. Caterina balzò dal comodino, vide Giletti senza occhiali che somigliava a una bestia di Satana e poi prese il telecomando. Continuava a dire pronto ma non si era accorta che aveva scambiato il cellulare che nel frattempo continuava a squillare e senza occhiali non vedeva una beata anima. Si alzò, col piede schiacciò l’apparecchio telefonico che smise di colpo di suonare e poi inforcò gli occhiali con la montatura in oro bianco. Giletti tornò normale. Riprese il telefonino e se lo cacciò in tasca.
chi rompe i coglioni a quest’ora. Richiameranno, moriammazzato! Pensò tra se la vecchia che ogni tanto si dimenticava devota.
La signora Caterina aveva 84 anni. Era nata in Molise. Si era trasferita in Argentina con i suoi genitori in cerca di lavoro all’età di tre anni. Era tornata in Italia negli anni settanta e si era trasferita a Roma dove aveva conosciuto Ugo. L’Italia aveva avuto i suoi momenti di gloria quando si vendevano a bizzeffe i frigoriferi e le lavatrici, poi tutto era tornato come prima. Ora eravamo dietro l’Argentina e a momenti il Montenegro, che sentiva ancora le ferite della guerra dei Balcani. Pian piano ci avrebbe raggiunti.
Fino a 80 anni si muoveva come una ventenne, faceva l’orto, il pane, la pasta poi morì suo marito e iniziò una lunga discesa verso il tramonto. Adesso sulle spalle contava: un diabete mellito, una forte miopia, una protesi al femore, quattro by-pass e una pungente emicrania invernale. L’arteriosclerosi si iniziava a sentire con fendenti esagerati. Nonna Caterina non si ricordava un nome, quanti figli aveva e credeva di essere ancora a Buenos Aires. Si ricordava di Giancarlo, forse suo nipote, di Giletti che era in tv a darle compagnia e della panzanella che piaceva a lei e a suo nipote. Forse.
Caterina era devota alla Madonna di Pompei. Vestiva uno scialle blu cucito da sua sorella, una dolcevita rossa, una gonna di lana nera, le calze color carne 180 den e delle pantofole scure. Una treccia raccoglieva i capelli bianchi secondo un particolare nodo ai moderni sconosciuto.
Caterina credeva che il mondo stesse scivolando lentamente in un grande lago di merda, perché:

  • le ragazze oggi erano tutte zoccole, il maschio non doveva faticare troppo per farsela dare.
  • i maschi di oggi erano tutte signorine. Senza peli. Senza barba. E profumavano. E si vestivano come le donne.
  • la gente preferisce le patatine fritte ai frittelli coi fiori di zucca e alici
  • la pasta fatta in casa la comprano già fatta
  • la cena la preparano le filippine e la spesa la fanno i mariti

Erano le 15:30 di un sabato autunnale. Di sabato Caterina aspettava la signora Clara per andare a messa, che iniziava alle 16:00. Clara Boncompagni aveva 79 anni, guidava una Micra di seconda mano, ci vedeva benissimo e l’arteriosclerosi la combatteva con la settimana enigmistica. Ne faceva due a settimana e se finiva il giovedì si rileggeva i Promessi Sposi. Poi ricominciava. Di giorno pranzava normalmente e di sera latte e fette biscottate. La signora Clara, però, era imprevedibile; quel giorno infatti avrebbe saltato la Santa messa e sarebbe andata al centro commerciale. E si sarebbe portata anche Caterina. Prese il borsello, baciò la foto di suo marito e si mise degli occhiali da sole poi scese le scale e salì in macchina. Caterina abitava fuori paese, nelle campagne, ma raggiungerla era facilissimo. Quando arrivò a casa, la vecchia si era riaddormentata sul comodino col telecomando in mano. Clara la svegliò e accese la luce.
Caterina si alzò di colpo e maledì la signora Clara.
“andiamo al centro commerciale. Oggi niente messa, Caterina. Andiamo a salvare il paese dagli idioti.” La signora Clara era diventata seria e parlava come un agente dei servizi segreti Caterina si sgranchì la schiena, il collo e si diresse in camera da letto. Clara la seguì e si svestirono insieme.
Nonna Caterina si era addobbata nel seguente modo: cambio colore dello scialle. Verde, come la speranza. Sopra la dolcevita rossa una t-shirt azzurra con la scritta CAT&RINA, tuta aderente sopra le calze di lana e stivaletti di cuoio neri. Cappello di paglia di Amalfi, occhiali scuri e due strisce nere sotto gli occhi come i marines. Profumo acqua di colonia, incipriata leggera e rossetto viola. Pronta.
Clara Boncompagni sedeva dalla parte opposta del letto era quasi pronta ma la spalla si era incastrata e la t-shirt non scendeva. Arrivò in aiuto Caterina che con un gesto violento fece scendere la maglietta ma anche la spalla provocando una lussazione al sinistro della vecchia. Clara era forte e avrebbe combattuto anche senza una gamba:“non è successo nulla Caterina, è solo una spalla. E poi la mancina è del Diavolo. ‘Sti cazzi!”
Clara portava una mantella lunga impermeabile, un maglione giallo e sopra la t-shirt con la scritta in times-new-roman  LARA-B, sotto una gonna provocante color prugna e sfidava il freddo del supermarket senza calze. Anche lei portava degli stivaletti di cuoio neri. Ai capelli si era sparata una bomboletta di lacca e li teneva tutti in alto, niente profumo perché era allergica, un po’ di rosso sulle gote e nella borsa un ferro di cavallo. Lanciò una radiotrasmittente alla compagna e si preparano per uscire.

Salirono in macchina senza farsi notare. La signora Clara accese il veicolo e si fece il segno della croce. Caterina la seguì nel gesto e iniziò il rosario. Si era dimenticata di essere in macchina. Clara le impose una mano sulla fronte e per un attimo riuscì ad evitare un fendente mortale dell’arteriosclerosi. Uscì in retromarcia senza vedere, rimise la prima e partì sgommando lasciandosi una nuvola nera alle spalle. Verso il supermarket, tra i peccatori e i dannati di spirito.
Clara si girò verso la compagna e la mise al corrente del difficile momento della società:”Caterina oggi iniziano i saldi di stagione. È pericolosissimo. La gente impazzisce, compra tutto ciò che vede:  jeans, magliette, sottovasi, infradito, borracce, commesse, computer e perfino moonboot marroni. Bisogna stare attente. Satana controlla le persone attraverso lo shopping. Qualcuno è drogato e non si rende conto di cosa sta comprando. E, preparati al peggio, gli uomini cercano borsette a tracolla. Bisogna farle sparire dalla circolazione. Sono una maledizione.”
Caterina aveva la testa sul seno prosperoso e si era addormentata col collo a novanta gradi. Clara fece una curva violenta e la testa si fracassò sul finestrino. Cominciò ad uscire un po’ di sangue, ma Caterina era abituata a cose peggiori. Si passò l’indice sulla ferita e col rosso si fece altre due strisce sotto gli occhi. Poi rispose a Clara: ”voglio chiederti una cosa. Sono preoccupata. La pasta fresca fatta in casa la vendono nei centri commerciali?”
Clara rallentò e si fece scura in volto. “La pasta fresca fatta in casa non esiste, è stata tolta dal commercio. E devo dirti di più, il mattarello di legno che una volta serviva per ammassare,  adesso lo usano nei film zozzi!”
Caterina si irrigidì e gli occhi divennero lucidi. Riabbassò la testa e scese il silenzio. “siamo in un lago di merda” pensò tra se.

Mezz’ora e arrivarono al centro commerciale “Le Margherite fiorite”. Un imponente struttura in vetro circondava i negozi, fuori due ascensori portavano ai piani superiori e a quelli inferiori per il parcheggio macchine, l’architetto che pianificò la struttura era spagnolo e una raffigurazione di un toro che mangia le margherite tappezzava tutta la parete laterale. Clara parcheggiò la Micra e guardò negli occhi Caterina. “accendi la radiotrasmittente, prendi la borsetta con gli attrezzi e preparati al peggio.”
Senza dare nell’occhio decisero di passare dalla scala di emergenza, si intrufolarono all’interno e si guardarono intorno. Clara teneva d’occhio Caterina mentre le due si facevano un giro di perlustrazione. La situazione era da codice rosso. Il supermercato prevedeva una lunga serie di negozi d’abbigliamento al piano superiore e poi si scendeva a quello inferiore dove si poteva fare spesa. Di fronte un ampio spazio era dedicato all’elettronica. Così la gente poteva fare shopping, poi dedicarsi alla spesa e, visto che si trovavano lì, approfittare di un’LCD a prezzi stracciati.

Le due si guardarono in faccia e si diressero ai bagni. Entrarono entrambe in quello degli uomini e si chiusero a chiave. L’aria era pesante, Clara aprì la valigia: bulloni, filo spinato, tronchesi, una bomboletta spray, nastro isolante, un preservativo, guanti in lattice, metro, lapis, un rubinetto poi, nascosto sotto a tutto, cinque candelotti di dinamite con timer proveniente dal Vietnam. Clara se l’era fatta mandare da un amico di suo marito che aveva combattuto la guerra del Vietnam e adesso gestiva il traffico illegale di armi dall’Asia. Clara si abbassò sotto la tazza di dolomite e, nonostante la lussazione,  legò i candelotti col nastro ben nascosti e li ricoprì con il preservativo ritardante. Abbassò il tasto del timer a 60 minuti. Poi con la bomboletta spray scrisse sulle mattonelle: FARABUTI! Dimenticandosi una doppia.
Uscirono e fortunatamente al bagno non c’era nessuno poi di fretta andarono verso il piano inferiore. Caterina arrivò davanti l’entrata e non credeva ai suoi occhi; coppie che spingevano il carrello insieme stracolmi di pizze surgelate, coca-cola, detersivi profumati, tappetini per la macchina, insalate in busta, pane in cassetta e per finire pasta fresca all’uovo dello stabilimento “il granaio”. La vecchia iniziò a barcollare e a momenti il diabete non scendeva ai minimi storici, Clara con la spalla monca la riprese e con un colpo veloce scartò una caramella alla fragola piena di zucchero e la ficcò in bocca alla compagna, riportando i valori alla normalità. Caterina era furiosa. Provarono le radiotrasmittenti ed entrarono nel supermarket. Si diedero appuntamento al reparto frutta. A disposizione 15 minuti.
Caterina si avviò direttamente al reparto “Pasta” e si preparò all’eventuale calo di zuccheri mettendosi in bocca due caramelle al miele. Una sfilza di marche riempivano gli scaffali a destra e a sinistra dello scompartimento, la vecchia si accanì sulle Tagliatelle-all’uovo-fatte-in-casa e aprì tutte le scatole. Poi passò alle lasagne già pronte e iniziò il reparto riso. Rimase immobile senza svenire e nonostante la forte miopia riuscì a leggere sulla confezione: “Risotto zucchine e gamberetti pronto in dieci minuti”. Una bestemmia. Si girò per non vomitare ma dietro di lei vide diecimila barattoli di sughi pronti al pesto, al ragù, all’amatriciana. Le gambe divennero molli e il viso pallido ma con le ultime energie riuscì a portarsi fuori dal reparto. Il cuore batteva velocissimo però sembrava riprendersi, si appoggiò con una mano su uno scaffale e ci posò la testa. Focalizzò con gli occhi una scatola “Pronto per marmellate. Riduce a tre minuti la bollitura della frutta”. Questo no. Questa è profanazione. Quando lei era piccola sua madre raccoglieva le susine e le faceva bollire per una giornata intera, poi le disossava e le rifaceva bollire una seconda volta. Tre giorni per assaggiare una marmellata coi fiocchi e invece ora in tre minuti potevi spalmarla già su una fetta di pane. Si sentì attratta verso il pavimento, le forze se ne andarono e prima di svenire si raccomandò alla Madonna di Pompei. Cadde sulle marmellate e le trascinò a terra. La radiotrasmittente ripeteva il suo nome e una bestemmia a ritmi regolari.
Clara si era diretta di corsa al reparto detersivi. Aveva buttato a terra tutti i saponi profumati  al sandalo, al limone, al melone e lasciato sullo scaffale solo la varechina. Poi si era diretta ai saponi, li aveva bucati tutti con il lapis e stavano allagando il reparto aveva risparmiato solo quelli al sapone di Marsiglia. Con uno scatto fulminante si diresse al reparto alimenti e prese a morsi tutte le insalate in busta per permettere all’aria di entrare e ammuffire. Poi passò al reparto bibite, si stappò un’acqua tonica e rimise la bottiglia vuota sul ripiano. Ruttò. Si ficcò in borsa tre settimane enigmistiche e prese la radiotrasmittente aspettando davanti al bancone della frutta. I quindici minuti stavano per scadere. Chiamò Caterina ma non rispondeva. Cominciò a bestemmiare e a chiamare la vecchia a intervalli regolari.
Mancavano tre minuti e la security sarebbe arrivata con l’esercito. Clara ficcò la radiotrasmittente tra i cocomeri cinesi e si diresse alla Pasta. Probabilmente Caterina se la stava prendendo con le tagliatelle. Arrivò veloce col cuore in gola poi vide la compagna a terra. Si lanciò sulle ginocchia facendo una scivolata di tre metri, impose una mano sulla fronte e un raggio di luce apparve sul volto della miope che si alzò come Lazzaro nel passo biblico. Furono fuori in un batter d’occhio, appena in tempo perché iniziò a suonare il sistema d’allarme. Andarono al piano superiore ai limiti dell’infarto. Restavano all’incirca 20 minuti alla detonazione.
Al secondo piano la situazione era drammatica. Alcolizzati, tossici, malati. Un lazzaretto. Caterina si mise una mano sul cuore. Alcune donne coi tacchi e le minigonne mostravano la merce sbavando davanti alle vetrine. Si toccavano e poi si lanciavano dentro il negozio e ne riuscivano con buste piene. Qualcuna leccava il gelato e teneva al guinzaglio il marito e dietro i bambini spingevano a fatica la spesa giornaliera nel carrello. Altre si tiravano i capelli e litigavano. Qualcuna faceva vedere le zinne. E altre facevano la fila al bagno per darsi un’aggiustata. E poi all’ultimo girone i dannati, i condannati, i maledetti. Con gli occhi rossi, sudati e puzzolenti di sudore, le pustole sotto ai piedi osannavano i commessi per una borsetta a tracolla dove mettere il telefonino e le chiavi e gli occhiali e i tampax e la crema depilatoria.
CAT&LARA si guardarono e aprirono la cassetta degli attrezzi. Clara prese un martello e Caterina il rubinetto. E poi iniziò la festa. Clara cominciò a tirare calci rotanti ai gelati delle donne, poi regalò ai bambini tutte le caramelle all’anice e al miele e con una carezza  disse loro “lasciate il carrello e andate a distruggere le macchinette coi palloni dentro”. I bambini furono felicissimi. Poi prese a martellate le vetrine e la testa dei maledetti da cui fuoriusciva una sostanza verde e la materia grigia era scomparsa risucchiata dal batterio della moda. Caterina era una furia. Col rubinetto stava prendendo alla gola tutte le commesse acide poi con lo sguardo attirava i maledetti e si faceva consegnare le borsette. Fece una montagnola e poi ci pisciò sopra. Poi iniziò a srotolare il tubo antincendio e aprì la manopola al massimo. I bambini si divertivano a farsi bagnare. I negozi presero a riempirsi d’acqua. Poi arrivò la security ma Caterina li teneva a bada con getti ad alta potenza che li schizzava nei negozi di intimo.
Clara chiamò Caterina, era il momento di fuggire. Restavano solo 8 minuti.
Franco Nepote era un uomo di 56 anni, era sposato con Giuliana e non aveva figli. Era stanco di sua moglie, delle pretese e degli ordini. Quel giorno lo aveva mandato a fare spesa al centro commerciale “Le margherite fiorite” perché lì vendevano il detersivo per i piatti al melone. A pranzo aveva mangiato tutto anzi, anche troppo, e per ultimo si era riempito una tazza di gelato al cioccolato e nocciola che adesso stava turbando le interiora dello stomaco con violente scosse. Franco sudava freddo sembrava un ghiacciolo bianco così, per soffrire meno, si sbottonò la cinta che teneva stretti i calzoni. Iniziò a cercare un bagno. Il bagno si trovava sotto la scala mobile. Accelerò il passo, si pulì la fronte bagnata di sudore e poi arrivò davanti alla toilette degli uomini. A terra una pozza d’acqua stava allagando il centro commerciale. Si saranno rotte le tubature pensò tra se. Entrò di corsa, si scese i pantaloni, chiuse a chiave e fece una delle più belle cagate della storia. Si rilassò e si appoggiò con la schiena al coperchio della tazza. Davanti a se, sul muro, una scritta “FARABUTI” rovinava lo splendore del momento. Che imbecilli si sono scordati una B, a scuola i ragazzi ci vanno solo per fare i video al telefonino rifletté sconsolato.
Caterina e Clara uscirono dalla scala antincendio, veloci sui gradini. Restavano solamente 4 minuti. All’ultima rampa la protesi di Caterina saltò e la vecchia si ritrovò a terra con la testa sanguinante.
“NOOOOOOO! Quella merda di Pastorelli mi ha messo una protesi di ricotta!”  disse urlando verso i monti.
Clara si girò e vide la compagna a terra. Tornò indietro. La prese in braccio, pesava come una vacca incinta. Annaspava.
“Se non ce la fai lasciami qui. Morirò coi dannati.” Disse Caterina commossa.
“Manco per il cazzo!” rispose Clara che vedeva la Micra a cinque metri. La salvezza.
Poggiò Caterina sul cofano. Si ammaccò. Aprì la porta, poi mise in moto. Riprese Caterina e la mise sdraiata ai sedili posteriori. Spinse il pulsante delle quattro frecce e prese il canovaccio bianco per pulire i vetri in segno di emergenza. Partì sgommando e si lanciò fuori dal centro commerciale in testacoda. Un minuto e sarebbe saltato tutto in area.
Franco si stava pulendo con la carta igienica. Prima di tirare la catena prese la penna indelebile dal taschino e con una freccia tra la B e la U scrisse: MANCA UNA B, IGNORANTI! Non fece in tempo a rimettere il tappo al pennino che un tonfo simile ad un’esplosione deflagrò sotto il suo culo.
Caterina con le ultime forze si alzò e vide che il centro commerciale “Le margherite fiorite” scoppiò in una nuvola di fumo e macerie e sangue e, probabilmente, anche merda perché il vetro posteriore si sporcò di marrone.
Clara si girò verso Caterina con le lacrime agli occhi, Caterina accennò un sorriso e poi si mise a dormire. ”Ce l’abbiamo fatta” proferì con le ultime energie.
Clara arrivò a casa insieme alla compagna. La sdraiò sul letto.
Poi tornò in camera da pranzo e cacciò fuori una settimana enigmistica. Sette verticale “PERSONA DISONESTA” nove lettere. Due secondi e scrisse FARABUTO, ma avanzava una casella.
Prese il dizionario e alla F trovò FARABUTTO: persona disonesta e senza scrupoli. Con due T. Nove lettere.
Si mise una mano in testa e maledì l’arteriosclerosi. Sul muro del bagno si era dimentica una T.
Franco Nepote si disintegrò con l’esplosione. La moglie confermò di averlo mandato a comprare un detersivo ma non tornò mai a casa. “La spesa gli uomini non la sanno fare”  disse rispondendo ad un inviato del TG.
Clara si sdraiò vicino a Caterina e si mise a dormire. Domani alle 16, confessioni.

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2 Comments
  • Sabrina
    Posted at 18:11h, 12 Settembre Rispondi

    La mia storia preferita!

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