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Cento anni di un vecchio porco

Durante il periodo universitario ci mangiavamo i libri.
Mi ricordo che leggevamo tanto, ovunque e volentieri ci scambiavamo consigli su testi e autori. Francesco si lasciava rapire da Orfeo senza una minima opposizione e appena dopo pochi minuti si addormentava sul treno con la bocca aperta e il libro che cadeva sulla pancia poi si  svegliava improvvisamente e mi guardava ridendo. Io, invece, avevo una strana abitudine e iniziavo a leggere il libro solo quando il treno era in movimento. Orfeo ha avuto la meglio su di me pochissime volte.
In facoltà andavo sempre insieme a lui e Valentina, eravamo sempre in tre. La prima volta che lo lessi fu proprio grazie a Valentina.
Rimasi incuriosito e, approfittando dell’ennesimo ritardo di Trenitalia, andai in libreria, l’unica dentro la stazione Termini, e cominciai a leggerlo.
Le copertine mi attiravano tanto, l’odore e le pagine passarono al controllo odori e tatto senza grossi problemi. Dopo una veloce lettura, comprai il primo di una lunga serie che mi avrebbe portato all’appuntamento settimanale con la Borry Books, piano terra, sezione scrittori stranieri, lettera B, TEA o GUANDA editori.
Il primo libro che comprai fu: Panino al prosciutto. Scelta più che azzeccata.
L’unica persona che in quel momento era in grado di capirmi era uno scrittore ubriaco e morto.
Cornelia metro B.
Cornelia è la penultima stazione della metro di Roma prima di Battistini. A Cornelia non c’è un cazzo e le persone vanno lì perché la loro situazione è complicata e perché c’è l’I.D.I ovvero l’Istituto Dermopatico Immacolata. Chi non c’è mai stato non potrà mai capire.
Un lazzaretto dermatologico.
Quando si cresce si capiscono molte cose della vita e si rivede il passato con un’altra prospettiva ma all’epoca, quando si è ragazzi, le scelte che si fanno pesano come macigni e sono fondamentali per il proprio futuro.
Le persone devono aggrapparsi a tutto e cercano di superare le difficoltà in qualsiasi modo.
Io lo avevo trovato nei libri.
Una speranza che si chiamava Henry Charles Bukowski.
In un anno comprai tutto quello che aveva scritto.
Apprezzavo la sua scrittura coraggiosa e senza paura, non c’erano limiti nelle sue parole e tutto fluiva tranquillamente dall’anima all’inchiostro. Prendere o lasciare. Era quello che cercavo in quel momento.
Una scrittura piena di sensazioni, si poteva sentire quello che c’era scritto sulla pagina, quasi riuscivo a percepire la puzza di sigarette e alcool. Potevo immaginarmi le situazioni, i personaggi, gli odori e i luoghi sporchi e oscuri.
Scandaloso ma puro realismo.
I personaggi poi.
Nei suoi romanzi ci sono gli ultimi, le puttane, gli ubriachi, i senzatetto, gli emarginati, gente che ha assaporato l’amaro della vita, le difficoltà, sanno cosa significa “toccare il fondo”.
L’ho amato e lo amo tuttora.
Ancora meglio se letto in lingua originale.
Spero che abbiate l’opportunità anche voi di leggerlo e di apprezzarne le parole. Parole che insegnano la vita vera, quella non sempre positiva, bella e piena di successi ma al contrario quella dei fallimenti, dei fuori luogo, degli ultimi. Come dice lui:
“Solo i poveri conoscono il significato della vita; chi ha soldi e sicurezza può soltanto tirare a indovinare”.
Un doveroso ringraziamento per la speranza donatami in quel periodo, uno per la compagnia durante la vita da pendolare e infine perché con lui ho poi conosciuto quell’altro genio di John Fante. Ma questa è un’altra storia.
L’importante è grattarsi sotto le ascelle.
1920 – 2020, Cento anni del porco –


 

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