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Direzione Nord-est: Piauí e le sue bellezze

Una delle stradine di Isaias Coelho

L’ultima fermata del Gipsyexpress è stata nello stato federale di Piauí, che si trova nel nord-est del Brasile. Il nord-est è una regione costituita da nove stati: Alagoas, Maranhão, Ceará, Sergipe, Bahia, Pernambuco, Rio Grande do Norte, Paraíba e, appunto, Piauí.
Questo lato del Brasile è il più importante a livello storico, perché è qui che arrivarono i portoghesi per colonizzare il paese e nel porto di Salvador di Bahia che approdarono le prime imbarcazioni piene di schiavi neri provenienti dall’Africa. Storicamente il nord-est rappresenta la nascita della futura cultura brasiliana forte della grande influenza europea, africana e indigena che si nota soprattutto a livello culinario, culturale e religioso.
La regione nord-est è quella che si affaccia sull’Oceano Atlantico e oltre alle meraviglie naturali che offre è famosa per le alte temperature.
Lo stato di Piauí (in giallo nell’immagine) con capitale Teresina, possiede un clima tropicale e semi-arido con due stagioni: inverno ed estate. L’inverno è in realtà la stagione delle piogge e le temperature raggiungono semplicemente i 38° Celsius!
Il Piauí ha una popolazione che supera di poco i 3 milioni di abitanti e possiede la più piccola fascia costiera del Brasile con solo 66 km di litorale, schiacciata dagli stati Maranhão e Ceará.
Le principali risorse della popolazione sono l’industria tessile e chimica e, una volta, anche l’allevamento e l’agricoltura, martoriate ultimamente da una tremenda fase di aridità e pioggia ai minimi storici.
Ho avuto la possibilità di conoscere tre situazioni geografiche differenti di questo stato; la campagna (che i brasiliani chiamano interior), il litorale parnaibano che si affaccia sull’oceano e infine la capitale Teresina, cuore economico e finanziario.
ISAIAS COELHO
Isaias Coelho è il primo paese (se così si può definire) che visitiamo. Si trova nella parte interna dello stato a 300 km dalla capitale. Sembra Eboli.

Un villaggio dimenticato da Dio, il tempo passa lento e gli anziani chiacchierano fuori casa osservando persone e motociclette passare su e giù. Il caldo tremendo non aiuta e favorisce alternati pisolini sulle reti o sulle sedie. Fauna tipica brasiliana chiamata caatinga, composta prevalentemente da piante grasse e con spine in grado di immagazzinare l’acqua da centellinare durante il lungo periodo di secca. Capre, vacche e asini pascolano tra i campi e in mezzo la strada anche loro stanchi e affaticati, magri che si contano le costole.
Come in ogni piccolo paese che si rispetti, gli abitanti sono super accoglienti e simpatici e hanno una gran voglia di raccontare. Raccontano della vita, di storia, di vicende passate, leggende e forse invenzioni.

L’architettura urbana è ben semplice; piazza centrale, una chiesa cattolica e intorno ad esse il commercio, il municipio, un piccolo pronto soccorso, una biblioteca chiusa e strade di sanpietrini.
La vita si concentra in un piccolo spazio.
Non perdo troppo tempo e me ne vado a rompere le scatole agli abitanti, tutti hanno voglia di raccontarmi la propria qualcosa. La vita di prima era migliore mi dicono, pioveva durante l’inverno e si riusciva a campare solo con la coltivazione di mais, fagioli o mandioca (un tubero tipico brasiliano) e anche l’allevamento andava a gonfie vele. In un piccolo bar tra una cachaça (alcool derivato dalla canna da zucchero) e una mosca, il signor João mi dice che la situzione sta peggiorando e le persone devono arrangiarsi andando a lavorare stagionalmente nelle piantagioni di caffè o di soja nello stato di Minas Gerais.
Tra le storie che mi colpiscono di più, quella dei signori Josè e Maria, una coppia di anziani che vivono insieme da più di sessant’anni. La casa è antica e le pareti si tengono in piedi ben salde solo che al posto del cemento c’è il fango. José mi dice che può piovere a secchi ma che il muro non cede. Metodi antichi che durano nel tempo.
Ogni tanto arrivano delle persone che chiedono a José o a Maria di pregare per loro, sono preghiere per curare delle ferite, gravi malattie, benedizioni, togliere il mal olhar (il molocchio). José mi racconta che sono preghiere dedicate a Dio, usa dei sassi o rami e le frasi delle preghiere sono dei riti dei vecchi popoli indigeni. Qundi la religione è mischiata a credenze popolari degli indios. José è preoccupato perché nessuno vuole imparare a “pregare” e probabilmente non verranno tramandate alle generazioni future.
Mi faccio un altro giro in paese fino ad arrivare al cimitero, un luogo che mi attrae molto, mi fa pensare alla storia e a chi un giorno ha calpestato queste strade di terra. In autobus, per arrivare fin qui, ne ho visti vari di piccoli cimiteri, abbandonati in mezzo alla natura che cresce. Sembra un film.
Le nuvole coprono il sole ma la temperatura è alta e il tasso di umidità pure, me ne torno da José e Maria che mi offrono un caffè. Ce lo beviamo insieme davanti la porta di casa, con molta calma, a piedi nudi, vedendo la gente che passa e loro raccontando una delle tante storie.
L’indomani ci aspetta un altro viaggio direzione Serra da Capivara, la culla della civiltà americana.
SERRA DA CAPIVARA
Quando ci alziamo è ancora notte, ad aspettarci fuori c’è il simpatico Apollinario e un grandissimo 4×4 rosso che ci porterà fino al parco nazionale. Da Isaias Coelho ci vogliono due ore per raggiungere il parco, la strada nuova è un rettilineo che non finisce mai. I lati della strada sono pieni di arbusti secchi, piante grasse, cactus e tanta sabbia, terra secca e sporadiche case. Dentro ci vivono delle persone, lontano dalla civiltà e da tutto, vivono di agricoltura insieme alle bestie che girano lì intorno liberamente.

Le bestie siamo noi o gli animali? Alla domanda non trovo una risposta adeguata.
L’unico pericolo in strada è rappresentato dalle vacche e dagli asini che pascolano selvaggiamente da quelle parti, vanno su e giù testa bassa cercando da mangiare e attraversando quando vogliono. Apollinario è abituato e per ben due volte evitiamo lo scontro.
La Serra da Capivara è un posto meraviglioso: è stato creato nel 1979 ed è entrato a far parte del Patrimonio Culturale dell’UNESCO nel 1991, è il più grande parco contenente pitture rupestri delle Americhe e si estende per circa centomila ettari. Il clima, semiarido e ovviamente secco, influenza anche la flora caratterizzata da piante grasse, bromelia (da qui si ricavano cosmetici dall’odore inconfondibile) e alberi che perdono le foglie durante il periodo di secca. Solo un albero, il Juazeiro, riesce a mantenere le proprie foglie anche con le elevate temperature.
La Serra da Capivara è un luogo incantato che, oltre ha possedere bellezze naturali uniche al mondo, è il libro che racconta la nostra umanità. Qui sono state scoperte pitture rupestri, graffiti, artefatti e fossili umani e animali e tutti i materiali ritrovati sono stati raccolti nel Museo dell’uomo Americano a San Raimundo Nonato.
Le prime pitture rupestri ritrovate sono datate 12.000 anni.
Al parco ci rimaniamo per tre ore. Tre ore di silenzio, ascoltando la nostra guida locale, Raimunda, e godendo di questo spettacolo naturale e storico. Mi sento fortunato, rimango stupito da Madre Natura e soprattutto rimango estasiato dalla nostra storia, l’uomo è incredibilmente intelligente. Sono stati rinvenuti cinque tipi di inchiostro sulla pietra tra cui grigio, rosso, giallo ocra, azzurro e bianco.
Rimango a guardare le pitture e riesco solo a pensare a come abbiano potuto fare tutto questo, como sono riusciti a creare questi colori, da dove, come hanno disegnato sulla parete, cosa significa. Ho provato ad immaginarmi una giornata in quel tempo.
Tra le pitture che mi hanno di più impressionato quella del bacio o, come suggerisce la nostra guida la mamma uccello che alimenta il figlio (entrambe le interpretazioni non mi dispiacciono) e quella che sembra essere una scena di caccia quotidiana.

                       

Tre ore passano in un batter d’occhio e sotto il sole cocente ce ne andiamo diretti a pranzo. Durante la pausa ho anche la fortuna di imbattermi in una prova di laboratorio di ceramica dove mi fanno lavorare l’argilla per la creazione di un recipiente.
Risultato pessimo ma molto divertente!
DELTA DO PARNAIBA e SETE CIDADES.
Neanche il tempo di tornare che dobbiamo ripreparare lo zaino in fretta e furia direzione Delta do Parnaiba. Il delta è considerato uno tra i paesaggi più belli al mondo e si trova tra lo stato di Maranhão e quello di Piauí. E’ un fenomeno raro in natura che si trova solo qui, sul delta del fiume Nilo e in quello del MeKong in Vietnam. In poche parole la costa frastagliata somiglia ad una mano aperta dove i fiumi sfociano sull’Oceano Atlantico e sulle coste il vento e la sabbia creano delle vere e proprie dune. Tra le meraviglie di queste zone nordestine i Lençois Maranhenses, la paradisiaca Jaricoacoara e, appunto, il Delta do Parnaiba.


A livello storico è d’obbligo ricordare che queste zone erano state abitate dagli indios della tribù Tremembé, prepotentemente espulsi dall’arrivo degli europei poco più tardi. Oggi la memoria indigena resta viva nella cucina, nella cultura e nel mondo religioso.
Il Delta si può apprezzare bene con una passeggiata in barca, che attraversa il Rio Parnaiba fino ad arrivare all’ultimo pezzo del continente brasiliano (e sudamericano) a Nord-est e poi comincia il vasto Atlantico. La barca fa tre fermate, la più bella è quella dei Lençois Piauienses tra dune, palme di cocco e fiume: paradisiaco!
Dopo una bella mangiata del piatto tipico parnaibano, il caranguejo (la polpa di granchio), ce ne torniamo in macchina verso la capitale Teresina.
A metà strada, però, ci fermiamo a visitare il sito archeologico di Sete Cidades, letteralmente Sette Città, in realtà è un circuito di 7 punti che si snodano in 12 chilometri e che non seguono una sequenza numerica. Anche qui sono state rinvenute pitture rupestri più recenti, circa 6000 anni e la flora e la fauna sono le stesse che abbiamo incontrato nella Serra da Capivara.
Sete Cidades sono sette scenari ognuno dei quali con caratteristiche diverse e con formazioni rocciose, naturali o dovuto a teorie popolari, che somigliano a diverse cose: elefanti, gusci di tartarughe, bufali (foto in basso), sagome di Dom Pedro, archi di trionfo, pietre che sembrano librerie o addirittura due lucertole che si baciano (foto in basso).

                      

Me ne torno senza parole anche da qui.
Quando arriviamo a Teresina è già tardi. Qui ci resteremo per due giorni prima di tornare a San Paolo, soprattutto avremo la possibilità di riposare e rilassarci un pò.
Teresina è la capitale dello stato di Piauí, capitale politica e cuore dell’ecenomia del Nordest brasiliano. L’ultima tappa ci regala le emozioni finali di un altro viaggio meraviglioso, in particolar modo a livello umano; i nordestini sono un popolo non proprio ricco ma molto molto umili e ospitali. Queste attitudini mi fanno credere che nel mondo le cose continuano ad andare avanti perché esistono persone così che, anche con poco, ti darebbero tutto.
A Teresina abbiamo la possibilità di poter osservare un altro fenomeno naturale mai visto prima, ovvero l’incontro dei due fiumi, Rio Parnaiba e Rio Poti, che si scontrano senza che il colore delle due acque si mischi.
Il nostro viaggio finisce con quest’ultima immagine, ce ne ritorniamo felici e con il cuore e l’anima sazi di aver conosciuto luoghi, tradizioni, culture e soprattutto persone nuove tanto diverse quanto uguali a noi.
Porterò sempre nel cuore il signor José e la signora Maria, la pittura rupestre fatta da chissà chi, le due pietre che somigliano a lucertole che si baciano, io e Clarice sulle dune che facciamo gli scemi, il caldo soffocante di Teresina e il buon cibo nordestino.
Rumo ao nordeste con la promessa di ritornarci presto!

Il signor José in una caldissima giornata davanti la propria abitazione in Isaias Coelho.

 

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2 Comments
  • mina
    Posted at 07:29h, 15 Ottobre Rispondi

    I do not even know how I ended up here, but I thought this post was great. I do not know who you are but certainly you’re going to a famous blogger if you are not already 😉 Cheers!

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