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Garotas de Angola

Non si capisce la vera realtà delle cose fino a quando non la si affronta personalmente. Negli ultimi anni mi sono ritrovato a dover risolvere situazione burocratiche veramente antipatiche, una di queste è quella che riguarda la permanenza regolare in un paese straniero. La cosa è realmente pesante e da fuori non si ha la percezione di quanto sia difficile restare legalmente in un altro paese come un normale cittadino con i suoi diritti e doveri. Oggi più che mai, dopo che l’uomo è riuscito a raggiungere persino Marte, il problema dell’integrazione e dell’immigrazione è uno dei motivi principali di dibattito in qualsiasi angolo del globo.
Parlandoci chiaro l’immigrazione ne ha accentuati altri di problemi come l’odio sociale e razziale e mi pare che in generale si possa sentire la pesantezza nell’aria, come se qualcuno diverso da noi si stesse impossessando del proprio territorio.
Frontiera è una delle parole che più odio, borderline in inglese è il confine, la linea che demarca un territorio e lo separa da un altro. Il verbo separare fa già cagare di suo, immagina marcare il confine? Se lo passi potresti rischiare la vita, se superi la linea sei da un’altra parte, si segna il confine tra pezzi di terreno e molte volte, quando non ci si mette d’accordo, si finisce male. È una cosa negativa già in partenza.
Ma perché una persona o gruppi di persone vogliono passare il confine? Attraversare la frontiera? Lasciare il proprio territorio?
A nessuno piace lasciare e abbandonare la propria terra ma il più delle volte i motivi sono vitali e la maggioranza lo fa per fuggire da una situazione che lo danneggia sperando di trovarne un’altra che lo avvantaggi. Fuggire da una guerra, dalla povertà, da un governo opprimente e ingiusto ma si può anche emigrare per amore, per raggiungere dei discendenti, per lavoro o per trovare fortuna, una vita migliore.
Se si vuole entrare in un altro paese, però, le cose non sono facili e si devono affrontare molti ostacoli. Nella mia seconda intervista ho provato a fare qualche domanda a Marta, Isabel e Rosa, tre ragazze di colore angolane emigrate qui in Brasile. L’Angola è un paese africano di origine lusofona, colonizzato dai portoghesi insieme ad altri paesi tra cui anche il Brasile. I portoghesi già conoscevano la polvere da sparo mentre gli altri paesi ancora vivevano nudi e beati, la storia la conosciamo tutti e andata come è andata.
L’immigrazione angolana negli ultimi anni è cresciuta in maniera esponenziale e in Brasile rappresenta il terzo maggiore gruppo di rifugiati dopo Siria e Colombia. Più di 12.000 angolani vivono qui anche illegalmente.
Mi sento immigrato come loro tre, ma vedrete durante l’intervista che le persone hanno una visione di accoglienza e integrazione differente e cambia in base al colore della pelle, della provenienza e che non siamo razzisti a chi diamine lo volete far credere!

Innanzitutto ringrazio anticipatamente tutte e tre per l’intervista. Come vi sentite da immigrate qui in Brasile, siete ben accolte e integrate con la vita brasiliana? Avete le stesse libertà che può avere un normale cittadino?
Marta:
 Io sono nata in Brasile ma ho vissuto in Angola, posso lavorare e avere gli stessi diritti di un cittadino brasiliano. Frequento la Chiesa Metodista e questo mi aiuta molto nella vita quotidiana. Studio e vado all’università.

Isabel: Io anche studio fisioterapia in un’università privata e frequento la Chiesa Metodista. Non sono stata ben accolta, le persone ti guardano in maniera differente per il colore della pelle e perché sono nata in Angola. In classe ci sono due o tre ragazzi di colore e la maggior parte è bianca. In classe sia i professori che gli studenti hanno una percezione dell’Angola ancora antica e pensano ad essa come all’Africa intera. Vedono l’Africa come è mostrata dalla tv, ma per conoscere il nostro continente devi andare e viverci per un tempo come ho fatto io per il Brasile che inizialmente credevo fosse tutta altra cosa. Invece non è così.
Rosa: Io anche studio sono qui per studiare. Anche nella mia classe la maggioranza è bianca. Dello stesso colore della mia pelle c’è un ragazzo di Bahia, ma anche lui che è addirittura brasiliano è visto con occhio differente. Immagina! Io e Isabel abbiamo qualche difficoltà a causa del visto.
Eh io ne so qualcosa, dico ridendo e approvando con la testa.

Quale è il motivo principale che vi ha portato qui in Brasile e lasciare il vostro paese?
Tutte e tre sono d’accordo sulla risposta: lo studio. La voglia di conoscenza, l’università migliore e la possibilità di studiare. Siamo tutte e tre qui per laurearci e tornare in Angola, dice Marta.

I ragazzi angolani lasciano il loro paese soprattutto per studiare ed avere delle ottime possibilità di lavoro al ritorno al proprio paese. Esiste un accordo politico tra i paesi lusofoni e le lauree sono considerate valide senza doversi far riconoscere o rifare gli esami.

Avete subìto incidenti di razzismo a causa della vostra pelle o origine? Cosa pensate dei brasiliani, sono un popolo civilizzato in questo senso che sa integrare e integrarsi?
Rosa:
 Mmh tra virgolette! Ci sono alcuni brasiliani veramente incredibili, che porterò con me tutta la vita. Mi ricordo benissimo di quando sono entrata il primo giorno in università ed ero seduta da sola, la maggior parte guardandomi in modo molto strano. Due ragazze invece si sono avvicinate chiedendomi se stava tutto bene senza farsi nessun problema del colore della pelle. Sono le mie più grandi amiche che porterò con me quando tornerò in Angola, vorrei veramente che potessero venire a trovarmi.

Isabel: Ci sono delle bellissime persone ma ci sono anche altri che non accettano la situazione. Secondo me è anche un problema culturale e d’ignoranza, come dicevo molti vendono l’Angola come l’Africa malnutrita e sempre in guerra. A volte pensano che viviamo come gli indigeni.

Di cosa si occupano gli angolani emigrati a San Paolo? Fanno dei lavori umili (mi vengono in mente gli immigrati peruviani o boliviani che si trasferiscono qui) oppure occupano anche incarichi più importanti?
Marta:
 La maggioranza di loro sono venditori ambulanti e commercianti, hanno delle botteghe in centro, lavorano nel settore delle pulizie ma c’è anche qualcuno che lavora in banca o al consolato.

 

È molto importante per me questa intervista perché mi permette di vedere come le persone hanno dei pregiudizi e degli stereotipi stampati in testa che cambiano la prospettiva di osservare le cose; se una persona conosce un italiano, ride, domande cose sensate, porta rispetto e dice “ho conosciuto un italiano che lavora qui” mentre quando conosciamo un angolano o africano, le cose cambiano ed è come se calasse una barriera che impedisce di andare oltre, una barriera sociale, storica che ci porta a dire “ho conosciuto un angolano rifugiato qui a San Paolo”. Entrambe siamo immigrati e non abbiamo un visto, ma uno è europeo e l’altro è africano e prova a cambiare la mentalità di qualcuno. Macchè!

 

Cosa fate qui? Siete felici di quello che fate? Quali sono i progetti futuri?
Rosa:
 Studio Relazioni Internazionali che mi permetterà di studiare anche con imprese importanti là in Angola. Ma amo anche cucinare e ho un sogno di aprire un ristorante tutto mio.

Isabel: Io studio Fisioterapia. Il mio sogno per essere felice è aprire una clinica per poter aiutare i tanti pazienti. Mancano le strutture e il materiale in Angola.
Marta: Io studio Odontologia per un motivo divertente. Quando ero bambina mi facevano sempre molto male i denti, penso di aver passato talmente tanto dolore che è per questo motivo che vorrei aprire una clinica dentistica in Angola. Tra l’altro anche i miei familiari studiano medicina lì e sarei felicissima di poter lavorare tutti insieme.

Cosa vi manca di più della vostra terra? Sentite molta nostalgia?
Italiano, africano, brasiliano, russo o americano quando si lascia la propria terra i sentimenti sono comuni per tutti e non c’è razzismo che regga. Le capisco benissimo e condividiamo perfettamente le stesse idee ed emozioni.
Isabel scuote la testa e si vede che è delle tre la più nostalgica. 
Tento di essere forte e cercare di star bene ma non esiste una cosa migliore di un abbraccio della propria famiglia. Ma dobbiamo guardare avanti e studiare per finire l’università che è il nostro obiettivo per ripagare i sacrifici della nostra famiglia.

Marta: Mi manca la mia cultura, l’allegria, l’ambiente allegro.
In che senso? Le chiedo.
In Angola è sempre festa e la cosa che importa è stare allegri. Se ci fosse stato un evento come oggi, per esempio, ognuno di noi avrebbe portato degli strumenti per suonare e cantare. E soprattutto ballare.

Rosa: I miei amici, la mia famiglia. A volte all’università solo alcuni ti fanno sentire che sono veri amici. Ma bisogna andare avanti e finire gli studi.
Ride e le guardo il turbante in testa cercando di capire come fanno quel nodo.
Mentre siamo tutti insieme a chiacchierare mi accorgo che il tempo vola e mi preparo alle ultime due domande. Sono curioso di sapere cosa desiderano.

Cosa vi augurate per il vostro futuro e per quello dei vostri figli (per chi li vorrà avere ovviamente)?
Ridiamo tutti insieme! Mi sono accorto di essere stato abbastanza educato per tutta l’intervista così, quasi alla fine, rivelo il lato cafone chiedendo l’età a tutte e tre.
Due di loro hanno 21 anni e una 28, e comunque tutte vorrebbero avere dei figli.
Marta, Isabel e Rosa hanno un’unica risposta: speriamo che i nostri figli possano avere la stessa opportunità di laurearsi, avere una buona educazione scolastica e poter studiare. Stiamo studiando perché il nostro futuro e quello dei nostri figli sia buono. Ci auguriamo che possano avere delle opportunità che noi non abbiamo avuto. Noi ringraziamo la nostra famiglia che ci aiuta economicamente per continuare a studiare.

L’ultima considerazione mi lascia dubbioso, e questo dimostra che in testa ci sono stampati degli stereotipi tipo africano uguale zulu che vive senza soldi in una tribù. Invece le famiglie delle ragazze sono economicamente stabili in Angola e hanno la possibilità di aiutare le ragazze a studiare. Scopro, invece, una cosa molto interessante che la moneta locale si chiama Kwanza e che non possono convertire i soldi direttamente in Reais brasiliani ma devono prima cambiarli in Dollari e successivamente nella moneta brasiliana. Tutto questo perché il cambio Kwanza angolano-Real brasiliano è bassissimo.

Avete un desiderio che vi augurate per Natale?
Tutte e tre rispondono nuovamente insieme: SI, andare in Angola e festeggiare in famiglia. 

L’intervista finisce qui. È stata molto interessante ma soprattutto educativa e mi ha mostrato come, nel 2016, le persone hanno ancora un grande problema di accettazione sociale. La cosa che mi ha impressionato in particolare è che il problema è presente tra i giovani, all’università e le nuove generazioni non hanno una diversa visione della vecchia. Sull’autobus, in metro, a lezione, in strada ancora facciamo la distinzione tra pelle chiara e negra e gli sguardi raccontano quello che siamo. Ci bisogna lavorare molto su queste tematiche, in famiglia, a scuola, da bambini soprattutto. Ringrazio le ragazze per la disponibilità e le lascio, finalmente, cantare e ballare. Hanno portato dei turbanti e dei mantelli tutti colorati che fanno indossare anche a me, sembro arabo. Marta riuscirà a passare il Natale in Angola, Rosa la raggiungerà dopo le feste mentre Isabel non potrà realizzare il suo desiderio quest’anno a causa del visto.
Il nodo con cui fanno il turbante me lo spiegano tre volte ma non lo riesco a capire. Forse perché sono di razza bianca.
Alla prossima!

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