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Heliópolis, a Comunidade. La favela vista dai miei occhi

La favela non è spiegazioni,
è sentimento

Al 224 della Rua Alencar de Araripe ci vivo io.

Mi trovo nel bel mezzo di una delle strade più trafficate di San Paolo, l’Avenida Anchieta che ho alle spalle, mentre di fronte a me un’immensa distesa di case formano la favela di Heliópolis o anche chiamata “La Comunità”. Heliópolis conta 200.000 abitanti in un’area che si estende per 1 kilometro quadrato. La più grande favela dello stato di San Paolo e la terza di tutto il sudamerica, un solo ospedale pubblico inaugurato nel 1969, un solo pronto soccorso, famiglie numerosissime, salario medio di 480 reais al mese, ogni 10 adolescenti 6 sono disoccupati e 4 non frequentano la scuola. Molte ragazze ingravidano prima dei 18 anni. Quando non hai un’educazione e la scuola non occupa la normale vita di un ragazzo, guadagnarsi da vivere tentando altre soluzione diventa la quotidianità anche nel 2015. Apro parentesi, andate a vedere il cambio Euro-Real brasiliano per farvi un’idea di quanto siano 500 reais al mese, lascio a voi i calcoli. Come cazzo ci sono arrivato al 224 della Alencar de Araripe? Non lo so nemmeno io. Vivere ad Heliópolis non è facile. Non è facile ma ha i suoi vantaggi. Crescere qui significa lottare ogni giorno, i problemi cominciano fin da quando si è bambini. A casa (se così si possono definire) si convive con realtà pesanti e le responsabilità te le devi prendere già a 8 anni. A casa più tardi ci si torna e meglio è. Le strade della favela sono piccole e strette, non vige una legge ma una sorta di anarchia nel rispetto degli altri. Ma neanche tanto. I ragazzi vivono e giocano in strada. Oltre al calcio (dove il pallone è improvvisato con qualsiasi oggetto) si gioca con l’aquilone, la pipa. Non è come state pensando. La pipa non significa solo farlo volare in aria. È una lotta, una sfida a chi vola più in alto tra i fili dell’alta tensione, sui tetti della favela. C’è di più. Tra il filo normale e l’aquilone di carta, circa tre o quattro metri sono composti di un altro materiale, di polvere di vetro, che serve a combattere contro gli altri aquiloni. Vince chi riesce a tagliare il filo avversario. Due o tre bambini, solitamente più piccoli, hanno il compito di raccogliere la pipa che lentamente cade. A fine giornata qualcuno passa con 4 o 5 di quegli aquiloni in mano. È il segno della vittoria. Si gioca con le infradito, ovviamente, o a piedi nudi. Regola che vale anche per il calcio. A differenza nostra, le scuole pubbliche sono mal organizzate, l’istruzione è debole e le possibilità economiche delle famiglie limitatissime. Altra parentesi, se dopo aver letto “le scuole pubbliche sono mal organizzate” avete pensato “anche da noi”, state calmi e studiate. Studiate e andate a scuola che è divertente. Fidatevi. Chiusa parentesi. A scuola ci si va la mattina o il pomeriggio, il tempo restante è occupato partecipando ad altre attività organizzate dalle opere sociali, che rappresentano una sorta di doposcuola, scuole calcio, scuole di capoeira e arti marziali (qui molto diffuse), scuole di musica. Chi non si “perde” occupa le giornate in questo modo. Poi c’è l’altra faccia della medaglia, la parte negativa, quella che già conoscete per aver visto probabilmente in tv. Io non ve la racconto; primo perché non trovo le parole e poi perché i bambini mi piace ricordarli che giocano, litigano, piangono e non pensano ai problemi. Le cose brutte le lasciamo ai grandi che poi ad un certo punto non ci capiscono più un cazzo e si dimenticano di essere stati bambini. Per chi vive nella favela trovare lavoro e mantenere una famiglia è un compito arduo. Garantire l’educazione ai propri figli è di secondaria importanza. Garantirgli l’accesso alle cure invece è scalare l’Everest con le Havaianas. Anche qui hanno il cosiddetto “piano di salute”, che provo a spiegarvi in due righe; paghi mensilmente la tua assicurazione che ti garantisce l’accesso ad ospedali privati e cure più rapide e, ovviamente, migliori. Ci sono anche gli ospedali pubblici, ma provate ad immaginare che solo Heliòpolis ha 200.000 abitanti, è normale che tempi d’attesa e cure sono infiniti e di bassa qualità. Se anche qui avete pensato “pure da noi è na sòla” state calmi e ricordatevi che le punture delle zanzare da noi causano solo prurito (per chi desidera approfondire l’argomento e le cause di un pizzico di un mosquito grande quanto una caccola, vi consiglio di dare un’occhiata su Wikipedia).

A chiudere questa babilonia di cose, vorrei sottolineare che i brasiliani sono un popolo incredibile. Hanno un innato senso di umanità e solidarietà. Sono socievoli e solari. E i problemi li risolvono con calma (e sempre con le infradito). Non perdono mai il sorriso. Gli incisivi bianchissimi, sono sempre in bella mostra. Nonostante i problemi, economici e non, c’è sempre spazio per una bevuta e un churrasco (il barbecue brasiliano) montato in fretta e furia. Si mette su un samba, la musica alta, l’immancabile caipirinha e ci si lascia dietro tutte le preoccupazioni. Tanto, come dicono loro, un modo si trova. Come ci sono arrivato qua non è importante. Questa è la favela, questa è Heliópolis, la Comunità, la bellezza e l’inferno.

La favela mi ha mostrato il suo sorriso. Un churrasco da Ramiro vale più di tutto quello che vi ho descritto. L’unico modo è aspettare il fine settimana per riviverlo, perché a raccontarvelo è troppo complicato.

 

 

 

 

 

 

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