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Il mio calcio da bambino. Se avessi incontrato Pelé gli avrei detto di NO.

Giocare a pallone da bambini era tutta un’altra filosofia.
Il mio nome è Mauro, e vengo da un piccolo paese della Ciociaria. Un paese di 3.000 anime, con una netta superiorità di anziani rispetto ai bambini e dove l’aspettativa di vita si aggira attorno ai 98 anni con un faticoso ricambio generazionale. Il mio soprannome è Pelé, non per le magie e i gol che facevo, ma per una lontana parentela con un trisavolo nato a San Paolo del Brasile; non segnavo, non facevo assist, niente fantasia o colpi magici. Facevo falli, spazzavo la palla e anche d’estate non toglievo la canottiera.
Il Calcio per noi significava amicizia, sfida tra belli e brutti, colletta per comprare un Super Santos, gassosa dove bevevano tutti (anche il cane), ma soprattutto stabiliva le gerarchie tra chi sarebbe stato il migliore e chi la “pippa” fino alla fine dei nostri giorni.
Le sfide del secolo si disputavano al “campetto dei preti”, un campo in cemento armato, con porte in ferro battuto, che quando cadevi veniva giù l’Onnipotente, il parroco e le pie donne si fermavano un minuto abbondante durante il rosario.
Neanche il terribile e temibile caldo di Agosto avrebbe fermato le interminabili sfide “al campetto” (e alla mia canottiera!); gli appuntamenti si davano a voce (o direttamente rompendo i coglioni ai genitori degli amici che nel bel mezzo dell’estate infuocata riposavano tranquillamente), le partite dovevano iniziare prestissimo (in modo tale da giocare di più prima dell’arrivo dei grandi e favorire al caldo africano collassi e disidratazioni post-pranzo) e se il parroco non apriva, si entrava scavalcando il cancello, in rigoroso silenzio ecclesiastico. Rimaneva fuori chi non era in grado di arrampicarsi sulla struttura in ferro battuto (le atroci leggi della natura!).
Senza nemmeno preoccuparci di un minimo riscaldamento muscolare (e dimenticandosi che il parroco stava dormendo) si iniziava tra imprecazioni e tiri a freddo, dove l’importante non era prendere la porta ma mirare qualcuno: questo aveva lo scopo di aizzare la folla, aumentare la temperatura della sfida (che già si aggirava attorno ai 35° gradi Celsius) e provocare strappi inguinali.
Una volta fatte le squadre si partiva con il calcio d’inizio. Le regole le conosciamo tutti: niente batti-muro, si può tirare direttamente in porta quando si batte da centrocampo (solo se un altro giocatore tocca la palla), niente portieri volanti. L’arbitro siamo noi. Il resto è tutto buon senso, morale e un’etica che poi si perde da grandi.
Il momento più bello è durante la partita. Ci si dimentica di tutto, dei compiti, delle interrogazioni, del parroco, del caldo di Agosto, degli eritemi solari (col cazzo toglievo la canottiera) e si giocava per vincere. Si giocava per il piacere di giocare, perché si era bambini.
Le partite duravo fino a quando non arrivavano i grandi, quando faceva meno caldo e, se non avevano il pallone, si prendevano il nostro secondo le regole generazionali che conosciamo già tutti.
Vincere o perdere era importantissimo, le polemiche post-match ci sarebbero state comunque e si usciva inevitabilmente vinti o vincitori. Tutti insieme si andava a bere la preziosissima e freschissima acqua della fontana che ci avrebbe salvato dall’imminente collasso.
Tutti bruciati dal sole, bagnati, raccontando il match tra ematomi e doppi passi improvvisati. E soprattutto ridendo.
Il calcio puro, pulito, vero.
Non avrei scambiato la mia canottiera manco se avessi incontrato Pelé.

Non far girare palla…SPAZZALA!

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