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L’imbortanza della laura

Il giorno 27 Settembre gli studenti di Scienze della Comunicazione dell’Università di Roma Tre erano stati invitati, insieme ai genitori e qualche parente, alla cerimonia di consegna dei diplomi di laurea. Tralasciando il fatto che mi stavano riconsegnando la pergamena due anni dopo, la cerimonia sembrava essere, o perlomeno me la immaginavo, qualcosa di eccitante.
Non so, stile americano.
Tutti ben vestiti ed eleganti, soprattutto i genitori e tutta la combriccola che, come allo stadio, avrebbero aspettato il nome del candidato pronto a ricevere la poderosa carta ed esplodere come ad un goal.

Nella mia testa passavano scene emozionanti, valli di lacrime con annesso lancio della corona d’alloro. Tra le mille congratulazioni anche quella del rettore e del relatore che con orgoglio avrebbe stretto la mia mano in segno di compiacimento. Questo è quello che la mia testa immaginava; sarebbe finita con un bel buffet, due prosecchini e un’altra festa chiusa in bellezza.
Ma facciamo un passo indietro.
Il Metro Hostel Lisboa è costruito su due piani: nel primo le camere e una piccola cucina e nel secondo le due camerate miste ed un solo bagno. Alle 8:00 del mattino sia la cucina che il bagno sono intasatissimi, quindi è meglio anticipare i tempi della sveglia oppure, per i più calmi, posticiparli senza badare a troppe preoccupazioni direttamente all’ora di pranzo. L’ostello è un posto incredibile.
È un luogo interessante, curioso, ambiguo, ci si studia sulla difensiva e si aspetta l’attacco, centro nevralgico di varie culture, viavai di persone, lingue, zaini, valigie, colori, odori, puzze e specialmente incontro e condivisione dello spazio, del tempo e dell’umanità (intesa come valore). L’ostello è stato, dopo i voli low cost, un’altra grande invenzione. A volte può essere pesante e difficile per diversi motivi ma alla fine dei conti è costruttivo, riflessivo, stimolante per sé stessi e per gli altri.
Comunque, ero steso sul mio letto e mi stavo mezzo sognando di nuovo la cerimonia: tutti i genitori da un lato come in un anfiteatro, noi studenti nel mezzo e i rappresentati illustrissimi dell’università dall’altro. C’era uno, probabilmente il rettore, che chiamava per nome uno ad uno e consegnava la pergamena e dei fiori. Al mio turno però, il tizio illustrissimo, aveva storpiato il cognome in Pesciarelli.
Io ridevo.

Proprio mentre me la ridevo dalla cucina di sotto del Metro Hostel Lisboa una mistura di curry, anice, peperoni e aglio fritto mi si infilava prepotentemente al naso, togliendomi quel sorriso ebete e riportandomi sul pianeta terra.
Come sapete, la storia è sempre la stessa, si finisce tutti in cucina e ognuno prepara il suo piatto che poi si assaggia a vicenda: la mia è meglio, italiani always pasta, voi sempre il riso, ma che è ‘sto anice, gli inglese non sanno cucinare, i tedeschi solo birra, due bottiglie di vino (che sembra aceto di mele) e tutti contenti. Ed ecco la magia.
Condividere le paure, le preoccupazioni, le difficoltà sono cose che ti permettono di vedere la vita da un’altra prospettiva perché hai l’opportunità di relazionarti con qualcuno che pensa, agisce ed è culturalmente e per tradizione diverso da te.
Per non parlare delle piccole gioie e soddisfazioni che quotidianamente qualcuno riporta all’ostello, quest’ultimo che diventa per qualche giorno o settimana la tua famiglia.
Ecco, io, il giorno della cerimonia ero in ostello a mangiare insieme agli altri una “ciofega” indiana, un’amatriciana con bacon (abbiate pietà) e due bottiglie di aceto bianco neozelandese.
Il rispetto per le culture, per i modi di fare o le tradizioni di un popolo, per le maniere, sapersi relazionare, scambiarsi opinioni, accettare consigli, sperimentare cibi differenti, stare insieme, dare dei giudizi, dire la verità (bella o brutta), tutto questo, a me, non l’ha insegnato l’Università.
Tutte queste cose me le ha insegnate la strada, le persone, il viaggio, gli ostelli, lo sguardo della gente, un gesto, un aiuto di uno sconosciuto, delle porte sbattute in faccia.
Il giorno della cerimonia, io, non ero presente perché stavo in ostello, probabilmente stanco e diciassettesimo alla fila per il bagno.
Non avrei mai conosciuto il rettore della mia università ne ricevuto fiori. Il relatore e gli altri professori avrebbero visto passare altri studenti che entravano e uscivano come porci all’ammasso che nessuno si sarebbe più ricordato. Matricole che pagano tasse.
Comunque vada mi è andata bene perché sennò quel babbo avrebbe storpiato il mio cognome di sicuro davanti a tutti.

Non preoccupatevi neppure per la pergamena perché vado a ritirarla che l’ho già pagata e non gliela lascio manco pel cazzo.

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