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Pacha Mama Chile

Il Cile era un obiettivo di viaggio che mi stava particolarmente a cuore.
Oltre ad essere una splendida terra è anche famosa per la letteratura, infatti proprio qui sono nati grandi scrittori come Pablo Neruda, Isabel Allende, Gabriela Mistral, Marcela Serrano e Luis Sepúlveda, quest’ultimo per me, specialmente importante.
L’origine del nome del mio blog Gipsyexpress nasce dal suo libro Patagonia Express, un omaggio ad un convoglio che non esiste più ma che continua a viaggiare nella memoria delle persone della Patagonia e della Terra del Fuoco. Sono appunti di viaggio, come li definisce lo scrittore, e racconti che sono rimasti nella memoria delle persone durante la traversata.
L’idea mi è piaciuta talmente tanto che ho rivisitato il titolo ed è nato il Gipsyexpress. Gipsy invece tradotto dall’inglese vuol dire gitano, zingaro.
Da San Paolo in Brasile si arriva a Santiago, capitale cilena, in 4 ore di aereo. Il Cile è un territorio con grandi risorse che si estende dalla Cordigliera delle Ande fino all’Oceano Pacifico. La storia cilena, come tutta qualla sudamericana, è interessante; i nativi del posto si chiamavano mapuches che vivevano e difendevano il proprio territorio dall’impero Inca fino all’arrivo dei soliti europei, gli spagnoli. Apro parentesi visto che siamo in tema: ci si lamenta tanto dell’invasione degli immigrati in Europa ma tornando un pò indietro nel tempo siamo stati i primi a rompere i coglioni agli altri che se ne stavano beati e nudi a casa loro. Tra l’altro un’invasione europea molto arrogante e impari oltre che sporca su tutti i punti di vista.
Comunque nel 1818 il comandante O’Higgins ha dichiarato l’Indipendenza del Cile dal dominio spagnolo e il 18 Settembre si festeggia in tutto il paese.
La geografia cilena è variabile e in 4600 km da nord a sud possiamo trovare differenti climi e soprattutto paesaggi: deserto, montagne, laghi, vulcani, isole e un’attività sismica bella agitata.
Esiste anche una grande varietà etnica dovuta al flusso migratorio del ‘900 e infatti è possibile trovare discendenti di italiani, spagnoli, tedeschi, inglesi e molti croati/ex slavi.

SANTIAGO – VALPARAISO – VIÑA DEL MAR
Il cuore dell’economia cilena è Santiago. La capitale possiede una popolazione di 5,6 milioni di abitanti che può essere paragonata a qualsiasi altra grande metropoli se non per il luogo in cui si trova. JAIME, la guida che ci accompagnerà a Valparaiso e Viña del Mar, ci dice che Santiago si trova dentro di una padella e intorno ad essa la catena montuosa delle Ande e la Cordigliera della Costa. Dalla capitale infatti si possono osservare montagne innevate e, solo ad un’ora e mezza, ci si affaccia sull’oceano.
A Santiago ci restiamo 2 giorni, uno per visitare la capitale e l’altro per andare a vedere uno dei posti che più sognavo al mondo: Valparaiso.
Jaime è un signorotto sulla cinquantina, barba biancastra corta e una pancia pronunciata sotto un giacchetto nero. Ci passa a prendere vicino la metro Los Heroes direzione Valparaiso. Usciamo dalla metropoli di Santiago e prendiamo l’autostrada, davanti a noi le catene montuose piene di neve e ai nostri lati grandi campi agricoli. Jaime ci spiega che l’economia del Cile si muove su cinque risorse principali: l’industria forestale, l’agricoltura, la silvicoltura, l’industria turistica e l’industria mineraria. Il Cile è il primo produttore al mondo di rame, la pesca è fiorente vista la vicinanza con l’oceano e infine l’agricoltura, che mi è parsa molto simile alla nostra: grande produzione di prodotti citrici (tra l’altro molto buoni i limoni, mandarini e le arance) e soprattutto produzione di olio extravergine d’oliva e di vino (altrettanto buoni).
Nel cammino da Santiago a Valparaiso si possono notare grandi distese di uliveti, filiere di alberelli pieni di frutti arancioni e gialli e infine le viti, che nell’emisfero australe sono secche e senza vita a Luglio, in pieno inverno. Dei vigneti mi ha colpito una cosa, le pale eoliche in mezzo ai campi. Quando arriva il vento freddo dall’Antartide aziona le pale che producono energia sotto forma di calore il quale viene diffuso tra le filiere al fine di evitare che il frutto (l’uva) congeli. Durante l’inverno si raggiungono temperature molto basse da queste parti.
Valparaiso è un sogno che si realizza e si materializza davanti ai miei occhi. Un’esplosione di colori. Una città di mare con l’area storica dichiarata patrimonio UNESCO nel 2003. L’etimologia del nome è da attribuire ad uno spagnolo, che in onore della città natale, ha ribattezzato così questo luogo. La città deve fare i conti con un’attvità sismica sempre in agguato e in alcuni edifici è possibile notarlo dopo l’ultimo violento terremoto che ha colpito il Cile. La bellezza di Valparaiso è che è eretta su 42 collinette e le case sono costruite proprio a ridosso di esse. Ogni casa ha un colore differente, Jaime ci spiega che secondo gli abitanti, le abitazioni sono colorate in questo modo (forte e ben acceso) perché i marinai e i mercanti che tornavano dal mare, avevano la possibilità di riconoscere la propria casa in mezzo alle altre. Ride mentre lo racconta…chissà!
I muri dei quartieri tipici sono pieni di murales e per raggiungere i punti più alti i cittadini usano i famosi ascensores,  le tipiche funicolari considerate monumenti nazionali.
Anche Valparaiso ha accolto numerosi migranti ed è incredibilmente visibile come alcuni quartieri siano tipici italiani, tedeschi o inglesi addirittura uno slavo. C’è anche la scuola italo-cilena Arturo dell’Oro, fuori si vede la scritta e l’aquila in font fascista.
Con Jaime arriviamo al posto che più sognavo, la casa-museo del poeta e del cileno più famoso del mondo Pablo Neruda: La Sebastiana. Uno spettacolo!
Da quassù la vista è meravigliosa e il sole rende il tutto più bello. Mi viene in mente il film Il Postino e un verso della poesia che ho usato per conquistare Clarice.
Qui si dice che Neruda è uno pseudonimo che potrebbe significare Nosotros Estamos Rodeados Unicamente De Agua.
Con Jaime ripartiamo e passiamo per Viña del Mar, separata da Valparaiso da una strada. Viña del Mar è una città costiera fa freddissimo per via delle correnti antartiche, su uno scoglio vedo per la prima volta nella mia vita dei leoni marini. L’unica cosa che mi rende felice è un museo dove fuori è esposta una Moai, le famose sculture dell’isola di Pasqua. Dietro la costruzione di queste giganti si cela un mistero ancora irrisolto.
Salutiamo Viña del Mar con un vento e una nebbia tipica invernale che per fortuna ci lasciamo alle spalle, perché a Santiago si vedono i raggi di sole che ci riscaldano al rientro e che pian piano cancellano il grigiore della costa.

CALAMA – SAN PEDRO DE ATACAMA
Da Santiago un volo interno ci porta a Calama, l’ultima città ad un’ora e mezza da San Pedro de Atacama, il deserto.
Da Calama invece di prendere il transfer decidiamo di usare il bus comune che ci porta alla piccola stazione di San Pedro e zaino in spalla ci dirigiamo alla casa-ostello (Posada Ventana Andina) della signora Telma, molto gentile e solare. Nella posada c’è una cucina, dettaglio importante per essere gipsy e per poter cucinare una bella pasta al sugo (sugo che ha i suoi limiti ovviamente).
San Pedro si trova nella provincia di El Loa, regione di Antofagasta e situata a 2300 metri di altitudine. Centro della cultura atacamenha, il villaggio è nato nel secolo XVIII dalla chiesa di San Pedro costruita da gesuiti spagnoli.
I cileni sono un popolo dal sangue caliente, accoglienti e solari. Nelle regioni più a nord della capitale possiamo incontrare i nativi del sudamerica, gli indios. Il sole in queste regioni picchia forte e l’umidità non trova spazio neanche nel più piccolo buco del bagno mentre ti fai la doccia. L’aria secca si sente nel naso e in bocca, il condotto respiratorio si asciuga e le labbra pure.
Sul viso degli indios e degli abitanti si vedono i segni che lascia il sole, l’aria secca, la salinità dell’atmosfera e il freddo d’inverno. Ma tutto questo mi piace e mi riporta indietro nel tempo, l’impero Inca e la loro cultura; sapevano e conoscevano già molte cose quaggiù, poi siamo arrivati noi che già maneggiavamo la polvere da sparo e la Storia la trovate sui libri. Io, personalmente, chiedo scusa per gli eventuali danni causati.
Il villaggio è piccolo e conta solo di un pronto soccorso, una chiesa, un ufficio postale, un bancomat, un veterinario (perché San Pedro è considerata la città de los perros) e tante agenzie turistiche e case di cambio.
Decidiamo di fare delle escursioni per visitare le bellezze naturali del posto, facendo molta attenzione all’altitudine e scegliendo gradualmente per abituarci al cambio climatico.
La prima escursione la facciamo con Edgardo, simpatico cileno e abitante locale. Ci dirigiamo verso Sud. La prima cosa che imparo è riconoscere la nostra posizione, e qui esiste un trucco: quando la Cordigliera delle Ande si trova alla nostra sinistra stiamo andando verso Sud, se invece si trova alla nostra destra andiamo in direzione Nord. Atacama è il deserto più secco del mondo, piove pochissimo a causa delle correnti marittime del Pacifico e una presenza altissima di salinità nell’atmosfera. Escursione termica impressionante che va dai 30 gradi durante il giorno e sotto lo zero durante la notte.
Il clima secco e arido non permette alla flora una vita tranquillla infatti intorno mi ritrovo solo cactus e arbusti.
Durante la traversata abbiamo l’onore di entrare nella riserva naturale Chaxa, dove ci aspettano i fiammingo, e di fermarci sulla Ruta de los Incas, che passa esattamente nel Tropico del Capricorno. Insieme a Clarice lasciamo al deserto una apacheta, ovvero collochiamo delle pietre una sopra l’altra per ringraziare la pacha mama. Le apachetas servono a ringraziare madre terra e la vita per essere qui, por estar aqui!
Dopo aver visitato il deserto, ci dirigiamo verso il Vulcano Lascar, che nella lingua locale significa “lingua di fuoco”. Nella direzione del Lascar conosciamo i piccoli villaggi di Toconau e Socaire. Mi fermo a parlare con una signora del pueblo che mi racconta di essere nata, che vive e che morirà qui. A Socaire in inverno si arriva a poco più di 200 abitanti, in pieno deserto in mezzo alle montagne. Mi incuriosisce sapere di cosa vivono e come è possibile che possa avere della verdura in un orticello con questo clima arido ma la signora mi spiega che l’acqua non manca e la neve che si scioglie dalle montagne aiuta a produrre lattuga, repollo, patate, tuberi, carote e mais.
Prima di ritornare a San Pedro ci fermiamo in una piccola chiesa costruita di paglia e terra e assi di legno, fuori delle donne lavorano all’uncinetto e vendono pietre di sale e altri oggetti tipici.
Di ritorno a San Pedro non mi faccio trarre in tentazione dai ristoranti turistici e da buon gipsy mi faccio indicare e, pretendo sapere, dove la gente locale mangia cibo tipico e casareccio. Voglio sapere dove si trovano le bettole di San Pedro e le trovo: si chiamano los carretos. Una volta erano ambulanti mentre oggi si sono stabiliti in piccole baracche con cucina e i tavoli dove non ho trovato una sedia simile ad un’altra. Perfetto, quello che cercavo!
Mangiamo piatti tipici, proviamo la cazuela una zuppa di pesce (o carne) con patate, farro, mais e spezie e il poroto sempre una zuppa ma di fagioli, pasta, cipolla, aglio, pomodoro e zucca. I secondi piatti sono carne o pesce con patate e insalata. Come noi italiani lasciano del pane sulla tavola da mangiare con il pebre una sorta di salsa con pomodori, cipolla, coriandolo, peperoncino, un pò di limone e olio d’oliva. L’alito ne risente abbastanza.
Con lo stomaco pieno siamo pronti per affrontare l’escursione notturna, una delle più belle esperienze: il tour astronomico nel bel mezzo del deserto. La natura ci regala un colpo di fortuna perché arriviamo due giorni prima della luna piena, che ci permette di vedere visibilmente le costellazioni, le stelle, i pianeti Saturno e Plutone e la nostra Luna. Attraverso dei telescopi scientifici e con l’aiuto di astronomi locali ci godiamo lo spettacolo. Sentiamo eccome l’escursione termica e scendiamo a meno 3 gradi sotto lo zero, approfittando del buon vino tinto e chorizo alla brace come scusa per riscaldarci.
Neanche il tempo di riposare e la mattina la sveglia suona alle 4:00 pronti in direzione geysers del Vulcano Tatio e piscina termale. La sera ci prepariamo un chá con foglie di coca che beviamo durante il percorso, il the e le foglie ci aiutano a sopportare l’altitudine che arriva a 4300 metri. La francese e la tedesca del nostro gruppo collassano dopo mezz’ora di escursione, noi no. La temperatura esterna è di meno 15 gradi. I geysers sono uno spettacolo della natura, ne sono attivi 80 e l’acqua, che arriva a 85 gradi, è sputata fuori insieme a fumi di zolfo e vapore. Io e Clarice ci dirigiamo verso il campo geotermico con la fulminante idea di entrare in acqua. Meno 15 gradi fuori e 25 gradi dentro la piscina termale…seguirà congelamento post bagno. Esperienza unica.
Dai geysers ci dirigiamo verso il Vulcano Putana e visitiamo il Pueblo Machuca dove proviamo la carne di un animale famoso da queste parti: lo llama.
Il rientro a San Pedro è una delizia ma con ancora i piedi congelati della mattina.
Dopo un meritato riposo il giorno dopo ci rimettiamo in moto per una nuova esplorazione. La Laguna Cejar è una laguna in cui l’acqua possiede una concentrazione altissima di sale tanto da galleggiare senza il minimo sforzo. Anche il terreno intorno è salato e duro. I paesaggi e il tramonto ci regalano emozioni indescrivibili.
Altrettanto secca e “salata” è la Valle della Luna, così chiamata per la somiglianza con alcune caratteristiche del suolo lunare. Anche qui agenti corrosivi e atmosferici hanno dato vita a creazioni naturali spettacolari tra dune di sabbia e montagne di calcio e sodio, piove solo 2 mesi l’anno e l’acqua non ha una grande funzione quando è poca. Ci facciamo una bella camminata e saliamo sulle montagne dove ci godiamo l’emozionante spettacolo del tramonto.
L’ultima tappa si chiama Pukará de Quitor. Pukará si trova a 3 km da San Pedro e noi decidiamo di andarci a piedi sotto un sole forte che picchia sulle nostre teste. Pukará deriva dalla lingua quéchua che significa fortezza e Quitor è il nome del monte. In 40 minuti arriviamo a quello che è il sito archeologico una volta teatro di invasioni Incas e spagnole. Per salire sul monte ci impieghiamo un’altra ora e mezza ma la vista panoramica ripaga lo sforzo e la fatica, da quassù si vede il deserto di Atacama, il Vulcano Lascar, la Cordigliera delle Ande e le montagne piene di neve, il confine con il deserto dello Uyuni in Bolivia, si vede il villaggio di San Pedro e soprattutto si respira la vita Inca, andina.
Mi ritornano in mente tutte le bellezze naturali che ho visto, gli oggetti, le persone, i visi delle persone, il cibo, i modi di fare, la vita nel deserto, le abitudini degli uomini, la Storia che poteva andare meglio ma che ormai è andata, Clarice che mi accompagna e che vede le cose in un altro modo e che mi fa felice perché posso condividere tutto questo con lei.
Penso che se fossi stato solo non avrei potuto spiegarmi molte cose e alla fine il viaggio è condivisione. È tutta magia, non so se mi spiego.
Non potevo che chiudere quest’altro racconto del Gipsyexpress con un verso di Neruda:

Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
 

Da “Ode al giorno Felice”

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2 Comments
  • Sabrina
    Posted at 09:20h, 19 Luglio Rispondi

    Emozionante e coinvolgente, come sempre. Sembra di stare lì con te!

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