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Roma, le begonie, pizza e mortadella

Ritornare a Roma fa sempre un certo effetto.
L’incanto della bellezza storica la “città eterna” non lo perde (né lo perderà) mai e ogni volta che ci si torna si rimane sempre a bocca aperta. Roma è veramente unica, perché ha delle caratteristiche che altre capitali non hanno; sono peculiarità che non si captano in una settimana turistica bensì vivendoci e stando a contatto con i cittadini stessi. Forse, sono proprio i romani che danno quel tocco di singolarità alla città. Direi una stronzata se non aggiungessi le bellezze artistiche e architettoniche, ma il romano è quello che ti fa respirare l’atmosfera.
Te ne accorgi al bar, in un forno, alla fila dal medico, la mattina in piazza o in qualche discorso tra anziani che chiacchierano seduti a gruppi di tre sulle panchine.
Qualcosa negli ultimi anni però sta cambiando. Anche se le radici romane sono abbastanza robuste e ben solide, in superficie si avverte un senso di fragilità e di collasso. Roma sta lentamente cambiando pelle e le tradizioni cominciano a lasciare spazio a nuove realtà, identità, personaggi.
Anche qui te ne puoi accorgere dalla quotidianità, durante il viavai giornaliero tra un tram e una metro, andando a fare la spesa oppure semplicemente passeggiando e facendo un po’ di attenzione.
In centro o più in periferia le cose cambiano poco.
Venire a Roma, per me, è venire in città; caos, mezzi, metropolitana, bellezze storiche, vicoli tipici, piatti tipici, cappuccino al bar e Corriere dello sport, pizza bianca con la mortadella, saltimbocca, maccheroni, il Vaticano, er pizzardone, il macellaio, il derby. Mi sto dimenticando molte altre cose.
Qualcuno continua a resistere, soprattutto nei quartieri che ancora respirano romanità.
Il tram numero 14 è un serpente verde pallido, vecchio e piccolo, che attraversa la Prenestina e muore a Termini, stazione centrale e crocevia di persone, mezzi di trasporto, ambulanti, pazzi, animali, centauri e chi più ne ha più ne metta. Il 14 è il mezzo per eccellenza che mostra come Roma sia cambiata e concentrandosi un attimo, nel tratto che impiega a fare andata e ritorno, ci si accorge che a qualcuno dei piani più alti la situazione è sfuggita di mano.
Qualcuno ha dato poca importanza ai termini integrazione, convivenza, rispetto e ha buttato tutto dentro ad un pentolone ma quello che ne sta riuscendo fuori è una brodaglia senza identità, immangiabile.
Poco rispetto da una parte e dall’altra, indifesi gli uni e gli altri, ne sta venendo fuori un ibrido esteticamente poco bello. Sia della città che dei cittadini.
Bengalesi, pachistani e indiani si danno il cambio ai posti di benzina ed alimentari aperti 24 ore, anche il fioraio è aperto 24 ore se a qualcuno servissero delle begonie alle 3 di notte. Il pizzicarolo è entrato ufficialmente nella categoria specie in via d’estinzione, il macellaio resiste faticosamente asfissiato dai grandi centri commerciali, di barbieri ne rimangono pochi ormai sostituiti dai Hair Stylist, che fanno anche le unghie e i sopraccigli. Dal barbiere non si parla più di Balbo e Giannini.
Vedo, invece, tantissimi lavacani e toletta, pizzeria e kebap, lavanderie a gettoni, invia denaro, agenzie di scommesse. Dentro hanno già perso tutti.
A Vittorio Emanuele mi devo tenere forte ai sostenitori gialli del tram evitando cali di zuccheri, dal finestrino riesco a vedere una vecchia profumeria, alla vetrina i prezzi scritti su pezzi di cartoncino ingialliti dal sole, resiste tra insegne in cinese a me sconosciute. La profumeria mi ricorda quando stavo perdendo al Risiko, le truppe rosse conquistando tutti i continenti e io, viola, sperando un 6 al dado in difesa. Non resistevo neanche al primo lancio. Spero che il proprietario riesca sempre a fare 6.
È il caro prezzo che la globalizzazione ci sta presentando, senza mezze misure avanza rapida e si prende tutto quello che trova davanti senza rispetto, ci perdono tutti tranne in pochi. I soliti.
Quando si raggiunge il centro la bellezza di Roma ti rincoglionisce, io, da montanaro, cammino a testa in su perché più alzi la testa e più vedi cose incredibili. I dettagli, i particolari.
Tra le vie del centro è un andirivieni di turisti e souvenir e sampietrini ma le cose più insolenti, sozze, sudice le trovi tra i palazzi.
Dentro i palazzi statali, istituzionali, cattolici, dietro la portineria (ad attendere lo stesso bengalese delle begonie che raggiunge le 96 ore settimanali) c’è il male. Il cancro.
Lacchè, mangiapane a tradimento, portaborse, autisti, uscieri, politicanti, preti, mezzipreti, mignottoni, tacchi a spillo, forze dell’ordine, un girone dell’inferno praticamente. «Di chi è tutto questo. Chi è il proprietario. Voglio sapere chi mantiene tutto, chi paga. Voglio parlare con il responsabile».
Il bengalese non lo sa chi è.
Poveri voi!
Il ritorno a casa me lo faccio a piedi fino a raggiungere la prima stazione metro, Barberini. A Termini riprendo il 14, sono fortunato perché non solo sono dentro ma riesco anche a vedere dal finestrino il paesaggio, sono molto sfortunato invece perché ho un’ascella piazzata sulla tempia. Il viaggio non è lungo ma pesante e quando arrivo a destinazione mi infilo volentieri tra i palazzi ed il quartiere quasi a darmi un senso di protezione. Fuori al bar si discute dell’attualissimo tema immondizia, in rigoroso dialetto romanico. Sembrano arrabbiati.
Comunque, di fronte la Fontana di Trevi c’è un Forno Antico, dentro, tra i vari commessi, c’è un pizzicarolo anziano, bassetto, burbero lo riconoscete perchè sta sempre incazzato. Andate prima ad ordinare la pizza al bancone, un pezzo rossa e un pezzo bianca, e poi passate da lui. Dentro alla rossa fateci mettere il salame mentre alla bianca la mortadella.
Decisi e rapidi mi raccomando sennò diventa furibondo. 
Sedetevi di fronte la fontana e mangiatevi la pizza.

ROMA è ROMA
(più cura e rispetto, però!)

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